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Una passeggiata siderurgica
di Jeff Quiligotti
Arrivando a
Genova dal ponente, in particolare tramite la ferrovia, era
possibile ammirare per un lungo tratto, in una sorta di itinerario
archeologico, l’estensione e le architetture di una grande industria
siderurgica. A sorprendere in questi ultimi anni era soprattutto la
fatiscenza di queste strutture, i colori della ruggine e la
decadenza, la polvere nera che si è stratificata nel tempo sulla
superficie delle cose. Era difficile non provare un minimo di
incanto di fronte alle dimensioni e le forme degli impianti che
costeggiano per più di un km la ferrovia, separando la linea dei
binari dal mare. Il 21 aprile 2007 è stato abbattuto con una carica
di 35 kg di esplosivo uno dei gasometri situati nella estremità
nord-est dello stabilimento, il piccolo, il bambino. Diverse persone
ad assistere all’evento, diversi i sentimenti espressi nella
circostanza. Dai vecchi operai dell’Italsider, commossi, con le
lacrime agli occhi, alle donne e gli abitanti del quartiere,
esplosi, a loro volta, in un applauso liberatorio di fronte al
“mostro” abbattuto, alla “bomba” disinnescata, la fine di un incubo.
Proprio i gasometri erano assurti, da ultimo, a simbolo di questa
industria siderurgica, per la loro forma cilindrica, per il loro
colore vivace rispetto al grigio attorno, ed un lungo dibattito ha
preceduto la decisione circa il loro abbattimento. Ancora il giorno
dell’evento un assessore ha espresso rammarico per l’impossibilità
di conservarli come documenti di una storia passata, di un’altra
Genova, come titolavano le pagine di un giornale, enfatizzando il
cambiamento. A brillare, assieme all’esplosivo, per un attimo, è
stato il passato industriale di Genova, che l’evento celebrava in
qualche modo, seppure in maniera contrastata, con la distruzione di
una importante traccia di quel mondo.
L’abbattimento del gasometro come metafora della dismissione
dell’area dello stabilimento detta “ a caldo”,- gli altiforni, le
acciaierie - quella più nociva e pericolosa per ambiente e
cittadini. Ma il progetto complessivo comprendeva, prima della
ennesima crisi, un rilancio ed un potenziamento delle lavorazioni “a
freddo”, le varie laminazioni in cui è specializzata questa
industria siderurgica, oltre la restituzione alla circoscrizione ed
alla città di spazi di cui è fortemente sentita l’esigenza. Ci sono
voluti lunghi mesi, anni, a distruggere queste strutture a liberare
lo spazio dai materiali, a bonificarlo, ed il processo è ancora in
corso. Molte case sono tornate a vedere il sole, la luce, gli
orizzonti sono tornati ad ampliarsi sul mare, ma gli abitanti di
Cornigliano dovranno ancora aspettare prima di usufruire in qualche
modo delle aree liberate, se non verranno ancora una volta sottratte
alla vita sociale, destinate a fini economici. Nulla appare
scontato, gli spazi loro destinati si restringono nel tempo, la loro
voce sulla questione sembra perdere peso di fronte a nuovi
interessi, che diventano velocemente barriere tra la città ed il
mare, muraglie di container. Una storia complessa quindi, fatta di
orizzonti, paesaggi, e spazi, oggi da liberare, prima da
conquistare; e di uomini, donne, bambini che li hanno visti mutare
davanti ai propri occhi, più volte nel tempo, in un alternarsi di
attese e rimpianti, sogni ed incubi. Proveremo a raccontarla con
parole ed immagini, evocando ricordi di un mondo lontano, passato,
eppure tanto prossimo da essere ancora vivo come una ferita, un
assurdo rimorso.
Come tutte
le storie anche questa comincia tanto tempo fa. Erano gli anni
trenta quando si decise per la prima volta di costruire una grande
industria siderurgica tra Cornigliano ed il mare. Dopo numerose
incertezze e contrasti lo stabilimento venne costruito, chiamato
Sci, quasi sospinto dal vento della guerra che cominciava a spirare,
dalle ambizioni di potenza del fascismo. E la stessa guerra, il suo
andamento, furono causa della distruzione. Il cambio di alleanza, la
lotta di liberazione, significarono lo smantellamento della fabbrica
da parte dei tedeschi, il trasferimento di macchinari e impianti in
diverse parti della Germania e dell’Europa orientale. Finita il
secondo conflitto mondiale un nuovo progetto, ancora più ambizioso,
il Piano Sinigaglia, accanto agli americani questa volta. Qualche
esitazione sulla linea di partenza, ma poi i lavori cominciarono nei
primi mesi del 50 e si fecero subito tumultuosi, caotici, immani.
Mare da conquistare alla terra e terra che dai monti arrivava al
mare per i riempimenti; castelli e porticcioli da abbattere, ed
impianti da costruire ex novo, prontamente. Il paesaggio balneare,
già ferito dai precedenti lavori, venne completamente stravolto, e
tra le case e l’acqua cresceva rapidamente su una frontiera lunga
più di un km, un milione di metri quadrati di spazio, che diverranno
due negli anni successivi. Sono camion che passano in continuazione,
nelle poche strade, arrivano pieni e ripartono vuoti, navi che
cominciano ad approdare al Nino Ronco cariche di materie prime,
treni carichi di merce e di persone, le stesse che lavorano alla
costruzione. Non c’è più spazio per i giochi dei bambini lungo il
mare, per le reti dei pescatori, cominciano a disegnarsi i confini
della fabbrica, il perimetro che la chiuderà alla città. Un confine
permeato solo dalla morte, dalle esplosioni, da rumori e fumi. Il
cantiere non poteva essere battezzato altrimenti che “maledetto”,
fin da principio. Sono 21 i morti in tre anni, più di 3000 i feriti,
la guerra continua nei sacrifici per la nazione industriale ed
avanzata, per il progresso, che le lotte delle donne e degli operai
riusciranno solo a curvare, mai a piegare verso una dimensione più
umana. Una storia che è tragica, accettata con rassegnazione,
coraggio, sulla spinta di attese e forze nuove, maturate con la
liberazione, catturate dai partiti politici, dall’ideologie, dalla
religione.
La più
forte di tutte, trasversale, quella del progresso. 1951, 1952, 1953,
anni, numeri, vite che corrono, si spezzano, tra l’entrata in
funzione dei vari reparti, dell’intero ciclo integrale e le
esplosioni che ne scandiscono il turbinoso ritmo. Cornigliano il
nome della nuova impresa, Oscar Sinigaglia quello dello
stabilimento, in onore a colui che con più forza si era battuto per
la costruzione dello stabilimento modello, punta di diamante del
Piano per modernizzare la siderurgia, orientarla alla produzione di
massa, all’industria automobilistica. Il paese ha fame anche di
acciaio, di lamierini, coils. “Andare, camminare, lavorare, il
meridione rugge, il nord non ha salite…” Dirigenti, impiegati,
operai, migliaia di operai, arrivati da diverse parti della Liguria,
dell’Italia, chiamati dal posto fisso, dagli alti salari, dal mito
americano. Dalle zappe ai treni di laminazione, da “barbieri,” come
amavano chiamarli i compagni dell’Ansaldo, a metallurgici,
“americani”. Altro che stagioni e lune qua il tempo ero rincorso,
scomposto e ricomposto in unità produttive, in costi standard, in
organizzazione del lavoro: scientific management, job analysis e job
evaluation, e soprattutto paghe di classe. Entravano ed uscivano dai
cancelli ad ondate, il ciclo era integrale, le colate continue, le
notti giorni. Effettivamente il lavoro c’era, la Cornigliano
decolla, diventa Italsider, produce laminati per la Fiat, lamierino
per la vespa, acciaio per la sopraelevata. Anche lo smog nel cielo,
sopra mare e le case, diviene ideale, simbolo di un paesaggio
moderno, di processi produttivi immani, di nuovi traguardi
industriali, immagine di una fabbrica dove la fatica sembra rimossa.
Fabbrica di nuvole, che produce in massa non solo acciaio ma anche
arte, cultura, eventi d’avanguardia, porta Cornigliano in giro per
l’Italia e il mondo, a Cornigliano, Carmi, Gassman, De Filippo…
giapponesi e tedeschi. Esplosioni, scoppi, morti, la vita umana, la
salute e la sicurezza, celate dietro un mito, una rappresentazione,
una sensibilità da anni ruggenti.
“Andare,
camminare, lavorare…” qual è il valore della vita, dell’ambiente,
della morte? È solo il destino? Cambia nel tempo? Parrebbe di si…
Nel 69 tutto ad un tratto la il salario appare senza veli di fonte
agli operai come una gabbia dorata, lo straordinario un vizio
assurdo, la salute un bene non mercificabile. Si sciopera in massa,
la fabbrica si rivolge all’esterno, diviene società, una avanguardia
dal basso questo giro, ma che a sua volta punta al centro della
città, dell’Italia, del capitale per trasformarlo e dargli un volto
più umano. Lo strato di polvere colorata che fin dai primi anni si
depositava su davanzali e bucati, e quando si alzava lo scirocco
arrivava ad arrossare la barba dei frati sulla collina, continua a
sedimentare visibili ed invisibili minacce nei corpi delle donne e
dei bambini, ma adesso soprattutto odio, avversione. Sono donne, non
hanno più paura a dirlo negli 70, ad urlarlo se necessario, e
pensano di non dovere tollerare oltre l’inquinamento della loro
vita. Uomini e donne, operai e cittadini, in fabbrica e nella
società, per alcuni anni combattono tutti la stessa lotta,
dall’esterno ed dall’interno, per migliorare l’insieme. Ma gli
scenari continuano a sfogliarsi sopra il cielo di Cornigliano, e
all’interno di un paesaggio immutato nelle sue forme, rigido, a
tratti opprimente, si insinua l’ombra della crisi, economica e
politica, sociale. Ancora al centro della vita nazionale nel freddo
inverno del 79, quando il gatto si morse la coda, lucifero divenne
il nostro angelo, ed un operaio comunista perse la vita non per un
incidente di lavoro, malattie professionali, fatica e sfruttamento,
ma ucciso dai compagni, sacrificato sulla via di una rivoluzione che
aveva cominciato a perdere quando divenne partito, e quindi armato.
Un piano inclinato al fondo del quale stava ancora una volta la
tragedia, che sembra avere accompagnato la modernizzazione di
Cornigliano con una particolare gamma di colori e cori.
La crisi
della società industriale, fordista, del lavoro non faceva bene alla
salute, in nessun senso. Si continuava ad inquinare ad immettere
fumi nell’aria, ma senza più le prospettive e gli slanci degli del
boom, in un contesto dove le sensibilità, scosse prima dal 68, poi
dagli articolati e contradditori anni 70, erano mutate. Lo smog
emesso dagli altiforni e dalle acciaierie non era più ideale,
oscurava gli orizzonti del progresso di cui era figlio, adesso,
oltre a paesaggi e cieli. Ma non era facile rifiutare il lavoro, un
po’ perché gli operai hanno sempre continuato ad amarlo, malgrado
tutto, un po’ perché nonostante la perdita della sua centralità
sociale, economica, esistenziale, ci si dovette presto accorgere che
perderlo rendeva ancora più periferici, marginali, anche nella
società postindustriale e la grande trasformazione in corso già nei
primi anni ’80 lo avrebbe reso ancora più gravoso.
Parlando
con i ‘vecchi’ è facile sentirsi dire, quando raccontano le loro
vite, che ‘era un altro mondo ’. Una espressione retorica, che
rimanda al tempo perduto della giovinezza, ma che rivela la
difficoltà, non di rievocare nella memoria quei tempi, quanto di
renderli comprensibili. Quelle che prima sembravano conquiste
divennero in pochi anni disvalori, cambiano le cornici cognitive, i
vocabolari, lo stesso sguardo con cui si andava alle cose. La grande
industria, la classe operaia, divengono presenze ingombranti, parole
scivolate ai margini del vocabolario, che inquinano il paesaggio
materiale e mentale. Anche l’acciaieria è in crisi, si comincia a
dibattere sul suo futuro, niente è scontato, anche l’eventuale
ipotesi di una sua chiusura diviene realtà. Passa di mano, diviene
Riva Group, ma il problema rimane: che fare? cosa difendere? La
mitica “classe” comincia spaccarsi anche all’interno delle famiglie,
perché non è mai stata solo operaia. Furono le donne nei primi anni
50 a portare in corteo una bara verso il centro cittadino dopo
l’ennesimo incidente del “cantiere maledetto”, la loro solidarietà
come quella del quartiere, della città, è sempre stata essenziale
alla fabbrica, anche quando la centralità operaia era massima. La
crisi era anche questo, l’uscita della fabbrica dalla polis, con
tutto quello che avrebbe significato per il lavoro operaio e
manuale: rimosso, residuale, periferico e ritenuto tale non solo sul
piano economico, ma anche culturale, storico. In un contesto dove
diveniva sempre più difficile rinunciare a quei posti di lavoro,
ancora una volta tragica la realtà delle cose. Certo si poteva
lottare per salvare lavoro ed ambiente, capra e cavoli, industria e
qualità della vita.
Gli
occhi delle donne e cittadini non si volevano più chiudere di fronte
alle nuvole di polvere, la “bomba” ancora innescata, con gli
inevitabili sussulti, colpi di coda. La crisi fa della vita
sopravvivenza, agonia, finito il tempo dei record di produzione,
dell’appartenenza ad una cosa, della fiducia nel progresso. Anche i
figli di Cornigliano cominciano ad odiare la fabbrica, chiamata
amichevolmente il “mostro”: per loro la parola “operaio” traccia una
traiettoria senza speranza, di soggezione, le notti illuminate dai
bagliori della fabbrica perennemente in moto rappresentano soltanto
un incubo, sicuramente il futuro meno auspicabile. L’etica del
lavoro che aveva attraversato padri e nonni, una noia, uno schifo,
rabbia. I muri dove urlarlo erano infiniti per fortuna, il colore
usato con slancio: “Riva Spegnilo!” Chi comincia drogarsi a
Cornigliano, può tranquillamente osservare con amara ironia che la
“robba” non fa certo peggio dell’aria che respira. Inoltre la
delegazione era allora soprattutto una periferia, dove sempre più
spesso chi lavorava in fabbrica non viveva nel quartiere, e nuove
generazioni di immigrati, venuti da ancora più lontano della
precedente, affittavano ed acquistavano case per il loro baso valore
immobiliare. Depuratori che non funzionano, strade congestionate, ed
il paesaggio che diviene sempre più grigio, la fabbrica fatiscente,
ed ancora lotte, ancora per strada, difficili ed aspre. Ma
finalmente si arriva ad una decisione: chiudere la parte a caldo,
quella maggiormente inquinante e pericolosa. Dare ossigeno alla
delegazione, alla città, spegnere il mostro, silenzio nella notte,
creare nuovi spazi sociali, nuovi servizi, invertire ancora la
rotta. Era possibile? È possibile? Intanto c’è da subire lo
smantellamento, ancora camion, ruspe, treni e navi, ancora rumore,
ancora speranze. E poi i sentimenti sono sempre contradditori.
vedere abbattere il mostro, a colpi di esplosivo, e quotidianamente,
piano piano, pezzo su pezzo, il mitico Sci, poi Cornigliano, poi
Italsider, poi Riva… certe forme erano anche belle, esteticamente,
erano ormai parte di una archeologia industriale ed urbana di
indiscusso valore storico. E che fare adesso? Cosa faranno e diranno
i cittadini di Cornigliano, oltre ad osservare i container crescere
tra loro ed il mare? C’era una volta una fabbrica di nuvole, dove
lavoravano migliaia di operai, mezzi americani…. una volta ancora
precedente c’era il porticciolo con le barche, i pescatori sulla
piazzetta ad aggiustare reti, gatti e bambini razzolavano nel sole….
Ancora prima c’era il Castello Raggio, sulla scoglio detto di
Gabbaia: vedi laggiù, a ponente, verso Sestri… C’erano le stazioni
balneari e le ville dei signori, dietro a noi, salendo sulla
collina… Raccontiamo una storia fatta di immagini per ricordare il
passato, immaginare il futuro, che speriamo ancora possa essere
diverso, da tutto, soprattutto dal passato che vorremmo dimenticare.
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