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DUFOUR,
STORIA & BONBON
VITA PRIVATA E PUBBLICHE VIRTÙ DI UNA
GRANDE FAMIGLIA DI IMPRENDITORI GIUNTA A GENOVA NEL 1829
Il fondatore è stato Lorenzo che aprì una
raffineria di zucchero a Sampierdarena.
I successori saranno armatori, proprietari
immobiliari e imprenditori innovativi.
Una grande famiglia, molto religiosa, la
cui etica e l’impegno anche nella vita civile hanno segnato la città
e Cornigliano
di Egle Pagano
Lo spot, popolarissimo negli anni Settanta,
evoca suggestioni nostalgiche nella generazione che
andava a dormire dopo Carosello. Ma il
"siparietto" in cui la soubrette Marisa Del Frate canta
«Voglio la caramella che mi piace tanto e che
fa Du-Du-Du-Du-Du-Du... Dufour» è solo soprattutto
un significativo reperto di storia
industriale. Testimonianza dell'Italia del boom economico,
degli
anni in cui, cessata l'austerità del
dopoguerra, il Paese scopre l'ebbrezza dei consumi. Indice anche
del ruolo ancora vivace e innovativo che
l'imprenditoria genovese, a buon titolo terzo polo del
"triangolo" con Milano e Torino, ha avuto
nella rinascita dell'economia italiana. Dufour. Marchio
caro, ancora oggi, ai consumatori italiani e
nome di una famiglia che per un secolo e mezzo ha
intrecciato la sua storia a quella della
città. I Dufour sono di origine francese. Come ha ricostruito
Bernadette Costa, nipote di Gustavo Dufour (il
fondatore dell'industria delle caramelle), nel saggio "I Dufour -
Storia di una famiglia imprenditoriale genovese tra '800 e '900";
Laurent Dufour, nato nel 1763 a Parigi e considerato il capostipite
della famiglia, fuggì in Italia al seguito del conte di Artois (il
futuro Carlo X) durante la Rivoluzione francese e si stabilì a
Torino, dove aprì un ristorante e un albergo. Il suo primogenito,
Lorenzo II, si trasferì a Genova con la famiglia, dove nel 1829
iniziò l'attività di imprenditore con una piccola raffineria di
zucchero a Sampierdarena. Dopo una decina d'anni chiuse l'impianto,
non più remunerativo a causa dei dazi, e creò una fabbrica di sali
di chinino, presto abbandonata. Lorenzo II partecipò anche
all'intenso sviluppo immobiliare che dal 1850 al 1860 interessò le
zone collinari di Genova:
acquistò un'area sopra via Balbi, dove fece
costruire su suo disegno tre palazzi, in cui abitano tuttora
esponenti della famiglia Dufour. Questo imprenditore, intraprendente
e moderno (al punto di mandare i suoi quattro figli, tutti laureati,
a compiere stage a Parigi, a Londra e nelle Americhe)
lasciò alla sua morte, avvenuta nel 1853, un
testamento spirituale che avrebbe contrassegnato per più di un
secolo l'operato della famiglia-azienda. In esso Lorenzo II Dufour
invitava i figli a seguire la religione «bonariamente e
semplicemente com'è stato insegnato loro durante la giovinezza» e
raccomandava «l'onore della famiglia e la reputazione di probità di
cui godiamo». Una sorta di manifesto che il pronipote Alessio
completerà idealmente cent'anni dopo, ricordando ai suoi eredi che
«essere capo di un'industria è una responsabilità grave,
specialmente nei confronti di quanti altri, nelle stesse imprese, in
qualunque modo collaborano e da esse traggono i mezzi per la loro
vita e per quella delle loro famiglie». In quei cento anni i Dufour
intraprendono decine di attività nuove.
Nel 1862 apre la fabbrica della mannite, che
continuerà la sua produzione fino al 1971. Tra il 1883 e il 1890 è
avviata un'attività armatoriale in società con i Bruzzo (ferriere) e
viene potenziata l'industria conciaria (durata fino all'inizio degli
anni Ottanta), attuando un'integrazione verticale del ciclo
produttivo grazie all'acquisto di 200 Kmq di foresta nel Chaco (Amazzonia)
e dotando il gruppo di una flotta di velieri per il trasporto dei
tronchi dall'America. Nel 1926 i Dufour cominciano a produrre il
tannino, fino a pochi decenni fa importante componente per
l'industria chimica e avviano un'attività di estrazione della
liquirizia. Provano a sperimentare nello
stabilimento di Sampierdarena pasticche a base
di gomma arabica, zucchero e liquirizia, ma subito abbandonano la
produzione. Gustavo, figlio di Lorenzo III e nipote di Lorenzo II,
nel 1926 a Cornigliano aprirà la fabbrica di caramelle di San
Giacomo, 50 dipendenti, che solo dopo sette anni di bilanci in
perdita riuscirà a chiudere in pareggio e a imboccare la via del
successo.
Cento anni di vivacissima vita
imprenditoriale, uno spaccato di grande interesse per conoscere il
periodo d'oro della Genova industriale, che
coincide con l'affermazione della rivoluzione industriale in Italia.
Con i Dufour, così come per i Costa e in certa misura per i
Romanengo, si afferma un modello, tutto genovese, di
famiglia-azienda in cui il management è prevalentemente espresso
dalla famiglia e in cui i valori religiosi fortemente radicati
alimentano un'etica degli affari che vuole il business
improntato a principi di correttezza, misura, sensibilità sociale.
Gustavo garantisce l'assunzione ai figli dei suoi operai e la
riassunzione delle lavoratrici in maternità. E la qualità del bonbon
Dufour è elevata. Un altro fatto che colpisce è l'altissima
propensione all'investimento e al rischio, poi affievolitasi
nell'imprenditoria genovese del dopoguerra a causa anche della
preponderanza del settore pubblico. I Dufour rischiano
continuamente, in cento settori. Accanto all'industria pesante, ai
cantieri, al porto a Genova c'è una vivacissima cultura d'impresa
orientata al consumo, che riesce a esprimere aziende leader
nell'olio (Costa) come nello zucchero (Eridania), nei detersivi
(Mira Lanza) come nei biscotti (Saiwa). Per i Dufour l'inizio del
declino va ricercato innanzitutto nei limiti del modello
famiglia-azienda. Estremamente prolifici, legati in un incredibile
intreccio di parentele con le altre vecchie famiglie
dell'aristocrazia industriale (Costa, Ravano, Bruzzo, Romanengo,
Moro, De Ferrari, Accame), numerosissimi e quindi con la necessità
di ripartire a ogni generazione il patrimonio fra decine di eredi, i
Dufour impegnati nelle aziende si ritrovano, a partire dagli anni
Settanta, a corto di liquidità. Altrove, a Milano e a Torino, gli
Agnelli, i Pirelli, i Falck, così come a Vicenza i Marzotto, si
affidano alle cure di Mediobanca e ai consigli del gran custode del
capitalismo italiano, Enrico Cuccia, che riesce a mantenerli in
sella alle loro aziende. A Genova no. Quando mancano i soldi, i
Costa e i Dufour vendono gli appartamenti. Mille quelli dei Dufour,
ceduti a prezzi modici a molti degli inquilini che li abitano.
Tentativo inutile di arginare una crisi che colpisce l'azienda
dolciaria alla fine degli anni '70, quando occupa ancora più di 700
dipendenti. L'epilogo è storia recente. L'amministrazione
controllata, la partnership al 40% con un socio giovane e
determinato, Flavio Repetto, subito tramontata lasciando una scia di
rancori e sospetti. L'estremo tentativo, fallito, di Agostino Dufour
di riconquistare l'azienda. L'inizio di una nuova vita per la Dufour
sotto il controllo totale di Repetto, che riparte con meno della
metà dei dipendenti, con energie fresche e con grande fiducia e
rispetto per il marchio. Dufour rinasce, lascia Genova per
insediarsi oltre Appennino e torna, insieme a Elah e Novi, leader di
mercato.
LA PRONIPOTE BERNADETTE COSTA:
«UN ARCHIVIO D'ORO CHE ANDRÀ DISPERSO»
di Andrea Castanini
Quando Bernadette Costa, 27 anni, ha
cominciato a frugare nei cassetti degli zii e dei nonni aveva
un'idea piuttosto vaga di quello che avrebbe trovato. «Mi stavo
laureando e pensavo di realizzare una tesi di laurea sui quadri del
mio bisnonno Gustavo Dufour, che oltre ad essere il fondatore della
fabbrica di caramelle San Giacomo era anche un pittore di buon
livello. Ho scoperto l'esistenza di una mole enorme di appunti,
quadri, fotografie, illustrazioni». In quei cassetti c'era la
storia, documentata minuziosamente, di una famiglia di imprenditori
illuminati, impegnati in attività politiche e sociali.
Naturalmente la tesi sui quadri del bisnonno
Gustavo si è trasformata in uno studio sulla dinastia
Dufour. E dopo la tesi Bernadette Costa ha
scritto un libro in collaborazione con il Centro Civico di
Cornigliano. Iniziative che rischiano di diventare il testamento e
l'ultima "uscita pubblica" della famiglia Dufour. «I proprietari di
queste testimonianze sono numerosi: ogni ramo della famiglia ha
qualche diario o foto storica in casa.
Purtroppo, a quanto ho capito, non c'è
l'intenzione di aprire una fondazione che raggruppi questo
materiale». Le nove sezioni della mostra analizzano le attività dei
Dufour, i rapporti con la città, le loro vicende personali. Non
viste da un occhio esterno ma dai diari e dalle immagini tratte
dagli archivi familiari.
In poche parole, un'autobiografia. «È una
visione unilaterale - ammette Bernadette - ma in ogni caso
interessante». D'altra parte esistono anche altri punti di vista.
Il protagonista assoluto è Gustavo Dufour (1857-1945). Ingegnere
navale e meccanico, fu un personaggio eclettico. «Un giorno -
racconta Bernadette Costa - sua moglie gli lasciò un biglietto sotto
il piatto della cena.
Vi erano elencate con scrupolo tutte le
attività di Gustavo: industriale, amministratore pubblico, storico,
scrittore, fotografo, presidente o socio di opere di carità,
religiose, artistiche e culturali, giornalista. Solo in fondo alla
lista c'era scritto "padre e marito". E sembrava un rimprovero». La
figura di Gustavo è il crocevia ideale della famiglia. Nel periodo
in cui l'azienda di famiglia diventa protagonista del mercato
dolciario genovese avviene la transizione dal capitalismo
ottocentesco a quello moderno.
In quegli anni Genova - e in particolare il
Ponente - sono interessati da cambiamenti importanti e
irreversibili.
Gli orti del Polcevera lasciano posto agli
stabilimenti siderurgici, le spiagge sono inghiottite dai
cantieri navali. La popolazione di Cornigliano,
Sestri, Sampierdarena raddoppia in pochi anni. A Sestri nel 1903
viene eletto il sindaco socialista Carlo Canepa, che per 19 anni
guiderà la cittadina.
E agli ideali socialisti si oppongono, nella
vicina Cornigliano, quelli cattolici dei Dufour. Gli scritti
e le fotografie di Gustavo testimoniano questi
cambiamenti epocali. A volte involontariamente.
Altre volte con una percezione netta di quanto
sta accadendo, come dimostra un appunto del 18
settembre 1929. «Ultima volta che facciamo la
strada della Lanterna... La distruzione del promontorio di San
Benigno è una vera deturpazione... Chi ha avuto l'idea geniale di
distruggerlo
per farne la calata del porto ha commesso un
vero delitto...». Le attività dei Dufour non si concentrarono solo
sul Ponente genovese. «Ad esempio Gustavo Dufour fu tra i fondatori
della società "L'Economica", che costruì in Valbisagno le prime case
popolari di Genova con l'obiettivo di dare un'abitazione dignitosa
ai lavoratori. E si occupò anche dei problemi degli emigranti in
partenza da Genova». Chi pensava che Dufour fosse sinonimo di
caramelle non aveva mai visto gli archivi della famiglia.
Liberamente tratto da IL SECOLO XIX del 15
aprile 1999
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