L’osservatore distratto, che passa da Corso Perrone a Genova e alza gli occhi, può essere indotto a pensare che si stia procedendo all’ennesima sparizione di un bosco in abbandono, in cambio di nuovi spazi da dedicare a chissà cosa. Invece no, il terreno scosceso che sovrasta il muraglione della strada di Campi (area dalle mille vocazioni: industriale, commerciale, manifatturiera, viaria) è da poco più di un anno un orto collettivo, all’ombra di un vecchio gasometro e del Ponte Morandi sopra il Polcevera.

Si raggiunge attraversando proprio quel muraglione che lo separa dalla strada, entrandoci dentro e arrampicandosi sulla collina. Uno spazio senza barriere, limiti, recinzioni, confini evidenti se non quelli dati dalla trasformazione visibile del territorio, di  un’area che sembra tornare a quella dimensione agricola di cui porta ancora il nome. Un’area privata, data in comodato d’uso gratuito e assegnata a una vocazione antica ma oggi decisamente rivoluzionaria: coltivare senza essere proprietari o assegnatari di una singola porzione ma collettivamente, assieme ad altri, oltre i regolamenti e i contratti di affitto.

Sull’orto collettivo di Corso Perrone si potrebbe scrivere molto: da come è strutturato grazie a tecniche di ingegneria naturale, alle  modalità a cui si ricorre per la coltivazione e la cura del terreno, che può avvenire in posizione eretta, alla conservazione e drenaggio delle acque, all’importante utilizzo sociale dei migranti. Tutti argomenti meritevoli, scavati nella storia e a me molti cari, che trovano nel presente una conferma e una grande attualità.

Quello che però colpisce una persona come me, votata da sempre a studiare e applicare le leggi, non sono solo gli aspetti urbanistici, agricoli, sociali e politici, ma la “filosofia giuridica” che pervade l’orto collettivo: è il suo essere “comune” seppur privato, anzi questo orto è “comune” proprio perché è di proprietà privata. L’orto collettivo di Campi non potrebbe essere tale se fosse un bene del patrimonio pubblico, proprio a causa della regolamentazione amministrativa e “contabile” tipica dei beni pubblici, non adatta e adeguata alla realtà di questo orto.

Ancora una volta si dimostra come il “bene comune” prescinda dalla proprietà, è tale per destinazione, per uso, per vocazione attribuita. Il bene comune è oltre il pubblico e il privato ed è in assoluto oltre i lacci del diritto di proprietà. La proprietà, pubblica o privata che sia, è solo un’occasione ma non la ragione stessa di questi beni. Questo non vuol dire che l’orto in questione non abbia le sue regole, anzi, ma sono poche, condivise, necessarie, e nascono dalla contingenza e dall’esperienza e non da un regolamento comunale o da una legge statale. La convivenza necessità di norme, ma il “bene comune”, in generale, va oltre la proprietà e le rigide classificazioni normative. E’ tale perché è destinato e usato per essere tale, laddove ciò può essere realizzato e soprattutto voluto da chi ne destina l’uso. In questo caso l’orto collettivo, proprio perchè privato, è più “libero”.

L’orto di Campi è un esempio emozionante di privato “comune”. Destinato a un uso collettivo dal ricordo molto antico, storico, oltre i confini del tempo e delle recinzioni.

Scritto da Patrizia Palermo

Sorgente: L’orto collettivo di Campi. Il privato “comune” – VerdepubblicoVerdecomune