Cornigliano antica

La bellezza tornerà a crescere nel tempo…

Di Riccardo Balestreri

 

Sono nato nel 1956 su un tavolo da cucina in via Umberto Bertolotti, la strada a mare di Genova Cornigliano, già comune autonomo con il nome di Cornigliano Ligure. Non ho mai visto gli scogli e le spiagge con i gozzi cornigiotti e i bagni, né ho raccolto, come mia madre, i gamberetti vicino a

Castello Raggio; ma ho visto quanto basta per rendermi caro il luogo dove sono nato.  Mia nonna mi portava tutte le domeniche lungo la crêuza che costeggia la Badia di Sant’Andrea: raccoglieva, in alto sui muri, le erbette con cui avrebbe insaporito l’insalata. All’andata e al ritorno passavamo davanti alla stazione ferroviaria: l’aria brillava per le polveri che ricadevano dalle ciminiere dello SCI (Stabilimento a Ciclo Integrale dell’Italsider); la cockeria esisteva già, ma non ricordo gas così mefitici come gli attuali ed era così bello vedere l’aria scintillare…

La chiesa della Badia in un disegno della fine dell'Ottocento
La chiesa della Badia in un disegno della fine dell’Ottocento

La Badia era un luogo misterioso, con marmi antichi, grotte artificiali, peschiere: i resti di un grande parco in abbandono. Ancora più misteriosa era la costruzione a pianta ottagona al limitare del parco, sulla cima della collina: sembrava un battistero e conservava ancora resti di decorazioni all’interno. Era circondata da una sorta di intercapedine che a noi bambini sembrava un camminamento militare (a causa dei bunker vicini): si diceva che vi avessero trovato armi antiche. Ora penso che fosse un casino di villa, realizzato nel corso della traformazione in abitazione privata dell’antico monastero, nella prima metà dell’Ottocento.

Un particolare del casino di caccia di villa Vivaldi Pasqua in una foto del 1975 (in basso si notano i resti della botola esterna)
Un particolare del casino di caccia di villa Vivaldi Pasqua in una foto del 1975 (in basso si notano i resti della botola esterna)

Allora c’era ancora un lago nella valle fra gli Erzelli e la collina dei Sessanta. Quello lo ricordo bene: ad un tratto diventava nero per il proliferare dei girini; non c’é da stupirsi se abbondavano le serpi d’acqua e tanti altri animali. La lecceta arrivava quasi sino al lago e lo rendeva più cupo. I miei genitori mi ammonivano che in quel lago era annegato un bambino… e ciò lo rendeva davvero interessante!

Sul crinale della collina dei Sessanta non c’erano ancora i parcheggi, ma l’antico muro che delimitava ad ovest la crêuza, già Salita dei Sessanta. I Sessanta… I vecchi raccontavano che nella villa delle Tre Punte erano stati ospitati, prima di imbarcarsi a Quarto, sessanta garibaldini. È probabilmente vero, ma la tradizione è più antica: la via era stata dedicata ai sessanta reggitori della Repubblica Ligure, costituita alla fine del Settecento sulle ceneri della Repubblica di Genova.

Il palazzo ottocentesco detto
Il palazzo ottocentesco detto “Le Tre Punte” e la casa del manente in una foto degli anni Cinquanta, ripresa dal crinale della collina a levante (attuale passo Speich)

Le Tre Punte sono state demolite nella mia prima infanzia. I mucchi di detriti nascondevano tesori: resti di stucchi, pezzi di inferriate; il solito fortunato aveva persino trovato un orologio a cipolla! Se non scavavamo, saltavamo come stambecchi su una pietraia. Quando pioveva si creavano laghi e fiumi che scavalcavamo da veri giganti.

Questo avveniva alla luce del sole. Più tardi abbiamo avuto bisogno di un nascondiglio, per sottrarci alle detestabili bambine e fare le riunioni del circolo segreto della parietaria (il segno era una foglia fresca attaccata sulla maglietta). I cespugli ricoperti dai rovi sulle pendici della collina erano ideali per creare un rifugio: una sorta di capanna circolare in cui potevamo ritrovarci quando volevamo. Comportamenti un po’ antisociali, ma si giocava anche con le biglie, le grette, le figurine oppure ci scambiavamo i giornalini, dato che nessuno poteva permettersi di comperarli tutte le settimane.

Ricordi comuni per ogni dove, ma ciò che ci circondava era davvero antico e bello. Quei palazzi scuri, cosi’ diversi dai condomini in cui vivevamo, ci attraevano in modo irresistibile: conservavano ancora, in qualche modo, l’autorità dei patrizi per cui erano stati costruiti. Spinola, Adorno, Doria, Serra, Durazzo…

Può bastare poco per cancellare la memoria: una demolizione, una ristrutturazione irrispettosa, un restauro sbagliato. Ma soprattutto è la nostra ignoranza che non ci permette di vedere il bello laddove ancora si trova, magari grazie ad uno stabilimento che ha impedito (anche con il suo inquinamento!) la speculazione edilizia che si è sviluppata in tante altre delegazioni.